Racconti e Poesie del weekend – “Zì Alfonso” (Storia vera di un “fruttaiuolo” ambulante)

RUBRICHE – Oggi Francesca Messina ospita il racconto di Benedetto Di Paola di Rocca D’Evandro

Zì Alfonso (storia vera di un “fruttaiulo” ambulante

Fine anni Cinquanta.

      Zi’ Alfonso, ‘fruttaiuolo’ ambulante, era un ometto dall’età indecifrabile (anziano o forse vecchio), basso e tarchiato; una coppola consunta tirata fin sopra gli occhiali d’osso con lenti scure a mascherare e a sorreggere la benda nera su un occhio e la barba canuta, incolta per trascurataggine e non per vezzo, non consentivano di indovinare i reali lineamenti del suo volto.

Con il sole o con la pioggia, con il vento o con il gelo, ogni sabato zi’ Alfonso faceva il solito giro delle contrade della campagna roccavandrese a nord del fiume Peccia, seduto, per così dire, su una stanga dello sciarabbà con le gambe penzoloni; a intervalli ‘Mele! Pere! Cachiss!’ gridava accostando alla bocca le mani disposte a imbuto per amplificare la voce.

Lo sciarabbà, con il suo prezioso carico di cassette di frutta ammonticchiate alla rinfusa, procedeva lento sobbalzando sui ciottoli e sulle sconnessure delle strade e dei sentieri a stento trainato da un ciuco più vecchio di zi’ Alfonso, ridotto a pelle e ossa, zoppicante, col muso e le orecchie ornati da una corona di mosche; a intervalli regolari, zi’ Alfonso le allontanava con colpetti di frusta che provvedeva ad assestare con le forze residue, stancamente, con gesti divenuti istintivi per la lunga consuetudine.

Si fermava ai soliti crocicchi assalito da uno sciame di donne ciarlanti. Allora zi’ Alfonso si lasciava scivolare dalla stanga su cui era seduto e, lentamente che non aveva fretta e che per lui il tempo non era un nemico da rincorrere, prendeva la stadera e s’avvicinava alle sue ormai abituali clienti.

Iniziava la contrattazione.

Scena da fiera paesana da incorniciare nell’album dei ricordi del tempo andato.

Le donne gesticolavano come delle tarantolate, mitragliavano parole interrotte da brevi soste per riprendere fiato, toccavano, rimescolavano, ritoccavano la mercanzia inventando mille difetti inesistenti per sminuirne il valore e ottenere così uno sconto sul prezzo al chilo; zi’ Alfonso le guardava distrattamente, ascoltava in silenzio, ciondolava la testa e a volte abbozzava un sorriso che sistematicamente gli si trasformava in sogghigno di disappunto represso. E di sconto neanche a parlarne.

D’inverno, quando le ruote dello sciarabbà affondavano nel fango fino all’asse, ‘Mimìtt’, il più taciturno, imprevedibile e stralunato dei miei amici d’infanzia, spingeva da dietro lo sciarabbà per dare un po’ di sollievo al povero ciuco, diceva; sennonché, di tanto in tanto, affondava una mano nelle cassette da cui prelevava una mela o una pera che gettava nel fosso lungo la strada. Zi’ Alfonso, che vedeva solo da un occhio grazie a una scheggia di un ordigno bellico, non se ne accorgeva; anzi, ringraziava quel bravo figliolo per l’aiuto che gli dava.

A un tratto, dopo un centinaio di metri, si fermava, mani ai fianchi e sguardo fisso. Quando il ciuco, lo sciarabbà e zi’ Alfonso erano ormai un punto lontano in fondo alla strada, Mimìtt tornava sui suoi passi, raccoglieva le mele e le pere e le infilava a una a una nel maglioncino legato in vita con la cinghia dei pantaloni; poi, tutto orgoglioso per la riuscita dell’impresa, se le andava a nascondere chissà dove. Alla prima occasione ostentava il suo bottino e, con una buona dose di sottile sadismo, assaporava le mele e le pere tagliate a fettine sottili con un temperino ‘made in Frosolone’ senza neanche la creanza di dirci ‘ne volete?’.

Un giorno il ciuco di zi’ Alfonso, che non ce la faceva più a strascinare lo sciarabbà e gli zoccoli sulle pietre, sui ciottoli e nel fango, con ogni tempo, s’incamminò per i sentieri del cielo a consegnare la cavezza e le briglie nelle mani di domeneddio.

Per il suo ciuco zi’ Alfonso si fece scappare a pena una lacrima dall’occhio buono, pigra e sonnacchiosa. D’altra parte  gli aveva fatto il torto di lasciarlo lì su due gambe, pure malferme, senza preavviso; e poi, pur volendo, non aveva proprio il tempo di disperarsi che aveva da tirare avanti a campare, diceva.

E così dal giorno seguente la dipartita del ciuco, mani e braccia abbarbicate alle stanghe, ansimando, spinse, tirò, trainò, trascinò lui lo sciarabbà con il suo residuo carico di frutta, che proprio non ne voleva sapere di smuoversi, neanche di un passo.

Durante la sua ‘via crucis’ quotidiana, l’ultima, a un tratto s’arrestò, riprese fiato e cominciò a gracchiare con voce roca ‘Me-le! Pe-re! Cach …; l’ultima parola gli rimase smozzicata nella strozza mentre il corpo s’accasciava insieme alle stanghe dello sciarabbà.

L’anima di zi’ Alfonso volò a far compagnia a quella del suo ciuco in qualche cantuccio di cielo.

Benedetto Di Paola (Rocca D’Evandro)

Note.

1 – Il periodare e l’espressione ricalcano e rievocano volutamente la parlata popolare.

2 – Fruttaiuolo  = fruttivendolo

      Sciarabbà    = Carretto.

      Cachiss        = Cachi, loti.

      Mimìtt         = Domenico.