I bar pieni, le aule vuote e il populismo de’ noantri

OPINIONI – Nel weekend l’indignazione per gli assembramenti dinanzi ad alcuni bar di Cassino e quel parallelismo un po’ bizzarro sul fatto che da oggi in città le scuole restano chiuse

Ieri mattina, facendo la nostra abitudinaria rassegna stampa, leggevamo sui maggiori quotidiani nazionali gli appelli a non riaprire le scuole, i dati pochi confortanti sui contagi per quel che riguarda i bambini e le preoccupazioni dei dirigenti scolastici al ritorno in presenza in classe degli alunni. “Medici presidi e sindacati: tenere le scuole chiuse” titolava in prima pagina La Stampa. “Allerta bimbi, salgono i ricoveri: Omicron li colpisce di più” all’interno delle pagine di la Repubblica. “Scuole aperte contro la scienza” il titolo di prima pagina de Il Mattino che riportava il virgolettato dell’intervista al dottor Ricciardi, consulente del ministro Speranza. Al termine della rassegna stampa, abbiamo tirato un mezzo sospiro di sollievo e abbiamo pensato: per fortuna che anche il sindaco di Cassino, alla fine, si è convinto ad aspettare per la riapertura. Lo dicono anche gli scienziati che è poco prudente!

Poi, messi da parte i quotidiani, abbiamo acceso il Pc per dare il via alle pubblicazioni del nostro giornale online e, come ogni domenica, siamo partiti dalle nostre pagelle. Uno strumento con il quale ci permettiamo di analizzare i fatti politici (ma non solo) per noi più significativi della settimana. In questo caso, la babele del rientro a scuola certamente lo era. Il fatto che ogni comune di sua sponte abbia deciso se aprire o chiudere le scuole, come si trattasse della loro cantina, non ci è parso affatto normale. Scuole dello stesso istituto comprensivo ma ricadenti in diversi comuni distanti pochi chilometri: in un comune aperto, in quello limitrofo chiuso. Roba da uscire pazzi. E vedere il completo assenteismo di una cabina di regia provinciale che disciplinasse quello che stava accadendo ci è parso un grande errore, per questo abbiamo criticato l’immobilismo del presidente Antonio Pompeo.

Si potrebbe parlare all’infinito sull’argomento: ognuno avrebbe le sue motivazioni per giustificare la riapertura a tutti i costi o la serrata delle scuole, il tema è dibattuto dall’inizio della pandemia in tutta Italia. A tal proposito ieri su La Stampa la professoressa Chiara Saraceno notava come in due anni nulla è stato fatto per garantire la scuola in presenza, quindi offriva un valido spunto per il futuro: dato che con questa pandemia bisogna convivere, rivedere il calendario scolastico non deve essere un tabù, considerato che i mesi più freddi dell’anno sono quelli di una maggiore recrudescenza del virus.

Dalle critiche costruttive all’operato degli amministratori lette sulle pagine dei quotidiani siamo poi incappati, durante la navigazione in rete, in una polemica innescata su alcuni canali e pagine social locali in merito alla chiusura delle scuole a Cassino. Di costruttivo, in tal caso, c’era davvero poco. E anche di logico, a dirla tutta. Quello che non siamo riusciti a capire leggendo e rileggendo i post rilanciati su varie pagine Facebook è stato il parallelismo tra le scuole chiuse e gli assembramenti che si erano registrati dinanzi ad alcuni bar del centro di Cassino la sera prima.

Un “pippozzo senza né capo né coda” per dirla con le parole di Carlo Calenda, infarcito da una buona dose di retorica e populismo: i bambini costretti a stare chiusi in casa mentre gli adulti si divertono dinanzi ai bar. A quel punto: venghino like venghino! Anche perché gli autori di tale invettiva non hanno messo nel mirino chi, deputato al controllo del territorio, non si è adoperato (a giudicare delle loro foto e dalle loro testimonianze in rete) per far sì che venissero rispettate le ordinanze, ma piuttosto hanno criticato, neanche troppo velatamente, chi ha imposto la chiusura delle scuole ma nulla ha fatto per impedire l’accalcarsi nelle vie del centro, davanti ai locali: il tutto con una “lezioncina da quarta elementare”, per stare sempre al lessico calendiano, sul peso della fascia che si indossa. Seguendo tale ragionamento (il loro, per intenderci) è assai probabile che il book fotografico dei bar strapieni ce lo avrebbero risparmiato, se le scuole fossero rimaste aperte. 

Perché la denuncia non riguardava solo l’accaduto di sabato sera. Bensì l’accaduto in correlazione alla chiusura delle scuole. Come se starsene seduti al bar fosse obbligatorio come andare a lezione. Intendiamoci, forse non è chiaro: quando la scuola è aperta bisogna frequentare obbligatoriamente, non c’è facoltà di scelta. Al bar, invece, si può tranquillamente non andare. Si può non andare al cinema, in pizzeria e nei luoghi di svago che riteniamo poco sicuri. La scuola non è una pizzeria e neanche un cinema: è obbligatoria. Seguendo sempre il loro ragionamento se chiudi le scuole devi fare un lockdown, oppure – come si chiosa nel finale – far rispettare le regole a tutti. E chi dovrebbe farle rispettare di grazia, queste regole, se non le forze dell’ordine? Il sindaco? Gli assessori? I consiglieri? I primi dei non eletti di ogni lista? I dipendenti comunali?

Senza considerare poi che mettere nella stessa classe una ventina di bambini non vaccinati e senza mascherina (fino ai 5 anni) e senza vaccino (per la fascia 5-11 anni è la campagna è appena partita) non è propriamente la stessa cosa rispetto a una popolazione adulta vaccinata (nel Lazio circa il 90% di copertura) che staziona all’aperto dinanzi ai bar.

Sarà per questo che sulle prime pagine dei quotidiani nazionali, ieri, gli scienziati imploravano di chiudere le scuole e non i bar. E non mettevano in correlazione le due cose, loro. Insomma: ogni tanto farebbe bene anche leggere, prima di scrivere.