Cyberpunk: il lato oscuro della fantascienza

CINEMA – Nella rubrica di oggi Marco Violi ci porta alla scoperta di un genere che non risiede più solo nelle sale del cinema, ma sembra aver pervaso la realtà

<strong>Marco Violi</strong>
Marco Violi

Marco Violi, “l.eternauta”, nasce a Roma nel 1992. Da sempre appassionato di fantascienza, come ogni critico è diventato tale perché la sua cronica incapacità di scrivere qualcosa di originale gli fa preferire parlare del lavoro di altri. Quindi siate carini con lui

di Marco Violi

Il cielo inquinato da cui cade un’incessante pioggia acida è a malapena visibile sopra le guglie di immensi grattacieli, che svettano come moderne cattedrali gotiche sulla città; sotto di essi, le persone si muovono nell’alveare, osservate dall’alto dai dirigenti di corporazioni e multinazionali, vere Regine di questo mondo talmente opprimente da indurre la maggior parte a cercare rifugio nella realtà virtuale, il “cyberspazio”.


Tutto questo è il cyberpunk, uno dei più popolari sottogeneri di fantascienza. Quello di film come “Matrix” e “Blade Runner” o serie come “Altered Carbon”. È forse quanto c’è di più lontano dalla fantascienza per come è famosa al grande pubblico: non lancia un messaggio ottimistico, non si interessa di stelle e pianeti lontani e non ci sono astronavi né alieni.


Il genere nasce negli anni ’80 dopo l’uscita del film di Ridley Scott “Blade Runner”; liberamente tratto dal romanzo di Philip Dick “Il cacciatore di androidi”, noto anche come “Ma gli androidi sognano la pecora elettrica?”. Tuttavia, nel romanzo del 1968 vi era ben poco di quello che diventerà il cyberpunk: Scott, infatti, cambiò sostanzialmente trama e ambientazione.

Una scena tratta dal film “Blade runner”


Il vero manifesto del genere è “Neuromante” di William Gibson, uno dei più influenti scrittori viventi. Nel cyberpunk il/la protagonista è spesso una sorta di rigurgito della società che si trova in qualche modo a lottare contro qualcuno molto più potente. Molto spesso, questo qualcuno è una multinazionale, perché elementi chiave del genere sono anche il servilismo e la corruzione dei governi, assoggettati alle corporazioni che guadagnano più di molte nazioni; i protagonisti delle storie non sono assolutamente eroici, ma antieroi; e, ovviamente, per combattere l’antagonista nel mondo reale devono vincere in quello virtuale.


Il cyberpunk è arrivato al grande pubblico negli anni ’90 con film come “Johnny Mnemonic”, “Strange Days” e l’italiano “Nirvana”, raggiungendo l’apice del successo con “Matrix”; ma anche con fumetti come “Nathan Never” e “Legs Weaver” della Sergio Bonelli.


L’amore del grande pubblico è svanito con l’avvenuta digitalizzazione della quotidianità e il genere è cambiato, divenendo un pretesto per raccontare altre storie; ne sono esempi il film “Ready Player One”, a sua volta basato sull’omonimo romanzo di Ernest Cline; la serie televisiva “Mr Robot”, ma anche il ciclo di romanzi “Hyperversum” di Cecilia Randall: tutte opere che attingono dall’immaginario cyberpunk, ma che non possono considerarsi davvero appartenenti al genere.


D’altra parte, oggi molti di noi passano almeno un terzo della giornata davanti a uno schermo; sentiamo parlare sempre più spesso di hacker, “cyberspazio”, “cybersecurity”; per non parlare degli ormai celebri casi Assange e Snowden, informatici che con le loro rivelazioni hanno messo in crisi molti governi del mondo.


Spesso la fantascienza cavalca l’immaginario collettivo, prendendo come spunto un aspetto della realtà e narrandone l’altra faccia della medaglia, in alcuni casi prevedendo davvero il futuro. Questo è stato spesso la chiave per il successo del genere; tuttavia, la colpa del cyberpunk sembrerebbe l’essere arrivato troppo tardi, in un momento in cui oltreoceano già iniziava a diffondersi internet: è come se non fosse stato il cyberpunk ad anticipare la realtà, ma la realtà stessa a trarne ispirazione. Come se il genere non fosse finito, ma avesse invece pervaso la realtà.