“Quattro passi in Ciociaria” – A pozzo Faito con Giove, i briganti e il re pastore

RUBRICHE – Giulia Zaccardelli ci porta tra i monti Ernici alla scoperta luogo che, in passato, era conosciuto come “Gorgone di Faito mare” perchè si allagava durante le piogge e il disgelo, consentendo al bestiame di abbeverarsi

<strong>Giulia Zaccardelli</strong>
Giulia Zaccardelli

La natura come fonte inesauribile di conoscenza. Che è piacere. Che è conoscenza.

Sopra Sora, immerso tra i monti Ernici, c’è pozzo Faito. Dal latino fagus, faggio.

Il sentiero per arrivarci si snoda in una salita attraversata da pietre, castagneti e faggete e, uscendo dai boschi, ci attende il panorama sulla valle sottostante.

Terra di dei, il cui potere si impone sugli uomini che li venerano; rifugio di briganti, le cui storie camminano a braccetto con noi; proprietà contesa tra lo Stato pontificio e il Regno delle due Sicilie. Un percorso intriso di misticismo, che la terra rilascia ad ogni passo, e che infonde nuova forza al nostro incedere.

Il pozzo ci attende in uno spiazzo al centro di una faggeta. Con lui una nicchia ricavata in una roccia e un cippo di confine, che ci indica quale parte del territorio apparteneva all’uno e all’altro regno; a quale dei due dovevano essere pagate le tasse; chi aveva l’autorità per giudicare i briganti.

E se i briganti hanno trovato rifugio tra queste montagne, incutendo timore ai pastori, ai viandanti, alle donne e agli uomini che attraversavano la loro terra, qualcun altro risiedeva qui prima di loro.

Il misticismo del luogo passa attraverso la sontuosità dei faggi che si slanciano verso il cielo, creando un ambiente sacro per accogliere la divinità. Un’iscrizione in latino affianco alla nicchia, incisa anch’essa nella pietra, ci svela i suoi segreti: durante il consolato di Caio Calvisio e Lucio Passieno, i sacerdoti Marco Menio Rufo e Lucio Vibidio hanno finanziato la costruzione di un tempio e di un portico, con un’edicola e una statua dedicati a Giove Atrato e agli dei indigeti.

I nomi dei consoli collocano le costruzioni al IV secolo a.C.; qui un Giove più terreno, più oscuro, regna sulla foresta. Un dio spietato che decide l’andamento del tempo: pioggia incessante, cupi tuoni, burrasche di vento, silenti nevicate o caldi raggi del sole che fendono il terreno. Un dio che controlla il tempo, e così la vita e la morte degli abitanti del bosco.

Nel tempo, a Giove Atratino si è sostituito il re pastore che, seduto sulla sua seggiola di pietra, all’interno della nicchia, decide quali animali possono abbeverarsi e quali no. Chi di loro può vivere e chi morire.  

Il luogo, infatti, in passato era conosciuto come “Gorgone di Faito mare”, perchè si allagava durante le piogge e il disgelo, consentendo al bestiame di abbeverarsi.

Camminiamo in un bosco, che è un santuario naturale. Ogni passo celebra la natura, la sua forza e la sua magia, ma soprattutto i suoi misteri, che gli uomini del passato hanno provato ad interpretare attribuendoli alle divinità. Guardiamo in su e lo sguardo incontra l’alto fusto dei faggi che sembrano toccare il cielo, in un abbraccio avvolgente e caloroso in cui sentirci protetti.

Sentieri in cui è facile percepire il legame con la terra, con una natura che sopravvive agli uomini che l’attraversano e vive attraverso il nostro rispetto e il nostro profondo sentire.