Cassino e non solo. La formazione è una questione nazionale

IL LIBRO – Il prof. De Nicolò insegna Storia Contemporanea all’Unicas e ha condotto uno studio personale sul livello di preparazione dei suoi studenti, “ragazzi che abitano in case con pochi libri, non seguono ciò che avviene nel mondo né hanno cognizione delle diverse istituzioni pubbliche”. L’analisi passa poi a cercare di capire come abbiamo fatto ad arrivare a questo, a come man mano lo svilimento dell’Istituzione-Scuola abbia avuto esattamente questo effetto

Cinzia Rizza
Cinzia Rizza

Insegnante senza mai smettere di essere una studentessa

“Adeguarsi alla dilagante perdita della preparazione di base, allargare le braccia in segno di impotenza, è il modo per cristallizzare l’impreparazione e la condizione di iniquità sociale che ne deriva”.  Capita molto spesso, più tra i docenti, di trovarsi a constatare anno dopo anno, l’abbassamento del livello di preparazione pregressa.

Lo si fa esattamente come dice il Prof. De Nicolò nel suo saggio “Formazione. Una questione nazionale”, allargando le braccia impotenti. Del resto, è vero: non possiamo pretendere che il ragazzo rifaccia nuovamente il ciclo di studi precedente. La tacita accettazione dello stato in cui versano le cose è anche la diretta conseguenza dell’inadeguatezza in cui lasceremo la gestione della cosa pubblica. 

Forse troppo poco riflettiamo sul danno che generiamo nel momento in cui promuoviamo ragazzi che “abitano in case con pochi libri, non seguono ciò che avviene nel mondo né hanno cognizione delle diverse istituzioni pubbliche, non hanno mai frequentato una biblioteca, non viaggiano, non hanno percezione della profondità temporale, conoscono in modo insufficiente l’italiano e non hanno alcuna competenza delle lingue straniere, non avvertono l’emarginazione sociale perché sono in tanti a condividerla e anche a causa di queste premesse, quando si iscrivono all’università non dispongono delle competenze necessarie […] penalizzati da una politica scolastica che ha dimenticato il principio di uguaglianza e dall’affermazione di un’ondata anticulturale che ha collocato la formazione tra i valori sociali meno importanti”. 

Il prof. De Nicolò insegna Storia Contemporanea all’Università di Cassino e del Lazio Meridionale e ha condotto uno studio personale sul livello di preparazione dei suoi studenti. Anno dopo anno, leggendo le prove scritte degli esami, ha visto aprirsi sempre di più la voragine che c’era tra le nozioni di storia e i suoi studenti. Tra i cittadini e la realtà. Un’analisi troppo vera di quello che quotidianamente accade a tutti i livelli di istruzione, fatta con l’ironia amara di chi sui fogli degli esami ha davvero letto di tutto dagli errori/orrori di grammatica alla collocazione totalmente sbagliata degli eventi nel tempo e nello spazio, per arrivare all’assenza di conoscenza di interi argomenti. 

L’analisi passa poi a cercare di capire come abbiamo fatto ad arrivare a questo, a come man mano lo svilimento dell’Istituzione-Scuola abbia avuto esattamente questo effetto. Come abbiamo fatto a perdere la sensibilità verso la cultura al punto di arrivare a veri e propri casi di dealfabetizzazione? Un popolo che dal dopoguerra in poi ha compreso che la fame di sapere e la spinta a studiare sono state le basi di un valore morale e civico, come può compiere il percorso inverso arrivando a sostenere e credere davvero che “con la cultura non si mangia”, arrivando a ritenere un vero e proprio vanto il non aver mai letto un libro.

Il paradosso che è venuto fuori è stato che proprio lo svilimento del valore della cultura ha reso evidente quanto essa sia importante nella costituzione di un organismo sociale che davvero riesca a rendere concreta l’applicazione dell’art. 3 della nostra Costituzione. I presìdi a difesa della cultura sono rimasti pochi, sempre meno frequentati e sempre di più osteggiati soprattutto dalla classe politica mettendo in evidenza la distanza che c’è tra politica e cultura: passa per presunzione snob, o per buonismo da privilegiati, ogni invito a ragionare, ad approfondire, a usare parole diverse e a cercarle.

Ci siamo accorti che i progetti politici di chi si avvicenda alla guida del Ministero dell’Istruzione non vanno oltre una legislatura, che ogni volta che ci si trova a dover tagliare delle risorse si parte dalla scuola e però sono i primi poi a mostrarsi stupiti degli esiti degli studi condotti dall’Ocse che ci collocano alla base della classifica per il livello di alfabetizzazione. L’allarme è scattato, ma a sentirlo sono rimasti in pochi, in Germania un simile allarme ha determinato la mobilitazione congiunta di famiglie e scuole e la posizione degli studenti è passata dalla diciottesima del 2003 alla tredicesima del 2006, mentre l’Italia perdeva nove posizioni scendendo nello stesso anno al trentaseiesimo posto. 

Siamo una nazione in cui ogni Ministro ha voluto proporre una riforma, anche quando non era necessario, ma guai a passare alla storia come un ministro senza riforme! Le risorse sono sempre meno, se è possibile diminuite ancora e non c’è verso di arrestare il percorso di decadimento in cui ci troviamo. 

Quale è a questo punto l’ultima strada percorribile? De Nicolò sostiene (e non è il solo) che bisogna mettersi al lavoro con pazienza per ricollocare al loro posto i mattoni di un edificio distrutto dall’incompetenza e dall’improvvisazione. Servono parole per costruire, ragionamenti complessi per affrontare la complessità dei tempi e risorse perché non si fermi lo sviluppo del domani. L’ingrediente fondamentale resta il senso di responsabilità e serve smettere di combattere contro la cultura, contro la società, contro il Paese.

E dalle parole bisogna passare, necessariamente, ai fatti!